#PERUNALTROCICLISMOORA
Programma candidatura alla Presidenza della Federazione Ciclistica Italiana 2013-2016
Introduzione
Facile “buttare giù” un programma elettorale. Non è semplice, al contrario, scrivere un programma autentico, non precotto, vuoto, di circostanza e, soprattutto, irrealizzabile. Quello che segue vuole essere un contributo programmatico concreto, di svolta, nato dall'esperienza diretta di un gruppo di dirigenti che ha sperimentato sul campo, e poi in consiglio federale, la vita vera del ciclismo pedalato e organizzato. Sono idee cresciute nel tempo speso a contatto con la realtà del fare, quotidiano e gratuito, con la passione per uno sport unico come il ciclismo (purtroppo violentato dai tempi oscuri del doping), sempre più schiavo di interessi personali, di sciocchi particolarismi, del nuovo business della globalizzazione. Il nostro programma alla presidenza FCI scaturisce dalla consapevolezza che solo la realizzazione di un programma interamente “costruito” fra le suggestioni di tanti dirigenti, potrà permettere di cambiare davvero, e la speranza è per sempre, questa struttura preziosa e di tutti, la federazione, che non è ancora quello che potrebbe essere. Una struttura agile, partecipata, moderna, trasparente, credibile, attiva, al servizio dei tesserati e delle società ciclistiche. Vi basti pensare a ciò che è la FCI mentre leggete queste righe. Meglio: ciò che è diventata soprattutto in quest’ultimo quadriennio di pensiero unico e di consiglio federale monosopore. Ecco: noi proponiamo, in larga parte, l’esatto contrario. Andiamo in ordine sparso: i consigli federali “stitici”, lontani e ovviamente invisibili (nel senso che è impossibile, per un semplice tesserato, leggere i verbali degli organi centrali; sul sito federale è da segnalare la presenza di soli tre appuntamenti relativi al 2011, durata media quattro ore e mezza, buio sul resto) figuriamoci “vederli” e/o seguirli in diretta, cosa che ormai fanno anche le piccole realtà di provincia al costo di due lire; i CR e i CP ridimensionati a vassalli e mortificati al ruolo di macchine da questionario da compilare e rispedire al mittente, anche per le decisioni più importanti, senza alcuna autentica volontà di coinvolgimento; il giornale federale, unico organo di espressione e di informazione per le società, “eliminato” con il paravento del bilancio. Ma ci sono mille modi per realizzare un settimanale sportivo, non c’è solo il rotocalco patinato a colori, basta volerlo. Poi la rappresentanza: il Consiglio di presidenza derubricato a organo “facoltativo” (non si sa come né da chi, non certo dall'Assemblea nazionale) in spregio ai principi informatori del CONI, con il dubbio tangibile di una futura federazione “telecomandata” a suon di delibere presidenziali, ovviamente sempre e solo d’urgenza. La partecipazione societaria ridotta a consessi sterilizzati e senza dibattito, con modalità di coinvolgimento politico fuori da ogni logica (con i quorum piovuti dal cielo e tutti atleti a sessant'anni!), pseudo-regole pensate solo per favorire chi di volta in volta comanda (e che comunque, prima o poi, trapasserà come ogni cosa umana e non finirà di sicuro nei libri di storia come l’Impero romano d’occidente). Questa federazione che resta divisa come otto anni fa nonostante i buoni propositi di chi la dirige, un circo dell’apparenza (il pomposo giro d’onore continua, nonostante la crisi, i giri di gara ai Mondiali juniores della pista quelli no, costano troppo) e dei grandi proclami-controsensi che partoriscono topolini azzurri: pensiamo alla feroce, personale diatriba con l'UCI che alla fine ha finito per promuovere, di fatto e nel totale silenzio italiano, la linea commerciale del massimo ente mondiale, che non a caso ora organizza gare in giro per il mondo motu proprio (leggi con una propria società di capitali) senza alcuna vera interferenza; alla sospensione dell’attività giovanile propagandata come slogan del ciclismo senza pressioni e pagata a caro prezzo solo da chi l’attività l’ha fatta davvero (risultato: i ciclisti sono perseguitati fin da piccoli, così ha scritto qualche quotidiano); la federazione dell’ambivalenza e del doppio pensare: da una parte la lacrimevole quanto retorica semi-comprensione umana (“adesso non lasciamolo solo”) della vicenda che ha coinvolto Ivan Basso e dall'altra il bastone senza carota, che si “dimentica” della comprensione della prima ora, del “dopo”, delle successive norme “retroattive” sulla maglia azzurra (misure antichissime e per nulla nuove, chi si candida con questo programma propose e fece approvare in CF un’identica misura più di dieci anni fa, il 23 giugno 2001), misure comunque prese (anche in questo caso non si sa da chi: il CT? il presidente? il consiglio?) con l’orecchio tutto teso al dopo delle probabili inchieste, quindi anche troppo premeditata, e con il solo fine di avvallare una intransigenza forzata, unilaterale e un po’ autolesionista; la federazione delle poco luminose società di capitali rilevate (con i soldi della Ciclistica servizi, quindi della federazione, quindi delle Società) e amministrate direttamente dalla presidenza. Tutte scelte votate e condivise dal consiglio federale come richiederebbe il buonsenso (e le regole) o frutto della scelta del solito uomo solo al comando (di un Mondiale)? Quando avrebbero deciso di raccontarcela questa telenovela non ancora finita senza lo zelo professionale di un giornalista? In una parola sola, una FCI burocratica e centralistica, senza dibattito, divisa attorno a un 55% e un terzo mandato che anche lo stesso presidente del CONI, di recente, ha ritenuto eccessivo per i presidenti di federazione. Una FCI narcotizzata, che non comunica certo all'esterno e alle società quel dinamismo e quel ringiovanimento che ci appare necessario (ricordarsi che chi oggi la presiede e afferma con involontaria ironia di “voltare pagina” e di voler ringiovanire prima di tutto “la Lombardia”, è a vario titolo negli organici della FCI dagli anni Settanta, gli anni dell’ultima vittoria al Giro di Felice Gimondi); una federazione che negli ultimi quattro anni ha dimostrato, forte e debole di una malintesa unanimità, ben poca attenzione per chi l’attività la vive e la costruisce con la propria passione sul territorio.
Gli organi centrali e territoriali
Nulla è cambiato per i CR – Revisione e potenziamento del metodo di finanziamento dei CR e dei CP – Nascita di un federalismo autentico, che abbia come base il merito – Vigilanza sulle affiliazioni e sul tesseramento.
Il futuro della nostra federazione si gioca, in gran parte, proprio qui, sul ruolo insostituibile dei cosiddetti organi periferici. Ed è tutto riassunto, nelle cifre, in una piccola quanto emblematica considerazione. Negli ultimi quattro anni, il bilancio FCI non ha tenuto in grande considerazione la periferia. Le cose stanno proprio così. E sono confermate nelle note all'esercizio 2011 (infatti leggiamo, testualmente, di una “inevitabile contrazione a causa alla diminuzione di entrate proprie”). Proviamo a vederci più chiaro: nel lontano 2005, anno in cui anche chi si candida con questo programma era in consiglio federale, il bilancio FCI era di circa 12 milioni di euro. Nonostante i vari mutamenti, i trasferimenti ai Comitati regionali (per semplificare, la voce estesa “Funzionamento e costi generali organi territoriali”) sono sostanzialmente gli stessi: (in euro) 907.000 nel 2005 e 957.000 nell'ultimo bilancio FCI, quello 2011. Ma qualche altra precisazione è necessaria: il bilancio federale è lievitato, oggi, ad oltre 17 milioni di euro (in primis per l’aumento progressivo del contributo CONI, assorbito in gran parte dal nuovo assetto del personale e dall'attività sportiva di vertice) e tra i due periodi c’è da considerare che, nel settembre 2009, la FCI ha deciso l’aumento dei costi di affiliazione (“considerevole”, come afferma sul sito FCI la segreteria generale), con un maggiore introito complessivo, tra gli anni 2009 e 2012, di circa 3 milioni e 600.000 euro. Nel dettaglio vediamo le quote associati in /000 di euro: nel 2009 5.052, nel 2010, anno dell’aumento, 6.313 (+ 1.261), nel 2011 6.227 (+ 1.175); nel 2012, il bilancio è ancora da approvare, la cifra non sarà molto diversa. C’è da aggiungere che il costo assicurativo federale in questo triennio è cresciuto, in media, soltanto di 20.000 (ventimila) euro, dai 1.865 del 2009 ai 1.895 del 2011, passando per i 1.910 del 2010. Nonostante questa situazione, la percentuale a favore della periferia è calata dall'8,04% del 2005 al 6% del 2011 del bilancio complessivo. Ovvero il 2,04% percentuale, oltre il 25% in meno. La voce “Costi per il personale e collaborazioni. Attività centrale”, al contrario, è aumentata di 415.000 euro nel 2010 e di 138.000 euro nel 2011, con un totale di oltre mezzo milione di euro (553.000 euro per la precisione, sempre rispetto al 2009, ovvero da 2.818 a 2.956, passando per i 3.233 del 2010). Di contro, anche l’altra voce d’interesse, ovvero i “Costi per l’attività sportiva territoriale” hanno subito anch'essi una leggera contrazione (dai 1.690 euro del 2009 ai 1.668 euro del 2011). È chiaro che i comitati periferici non solo non hanno goduto per la loro attività dell’aumento delle affiliazioni (per altro un gettito generato direttamente dalla periferia) ma hanno visto diminuire, di anno in anno, le risorse a loro disposizione.
Alla luce di queste considerazioni si propone l’aumento, al primo bilancio preventivo utile, della quota riservata ai Comitati regionali. Più precisamente un consistente aumento dei contributi a favore degli organi periferici. In poche parole, l’aumento delle quote di affiliazione dovrà ritornare al territorio che l’ha generato. Il metodo di retrocessione dovrà tenere in giusto conto alcuni nuovi parametri di investimento che saranno fissati collegialmente con i rappresentanti della FCI, tra i quali, prevalenti, l’aumento percentuale di nuove società affiliate (società reali, quindi senza alcuna considerazione per alcuni anomali “aumenti” nell'anno elettorale), di tesserati, l’organizzazione e la promozione del ciclismo giovanile in tutte le sue forme, il raffronto fra spese di rappresentanza e spese di funzionamento, il bacino di utenza, il rapporto fra popolazione e attività. Inoltre sarà necessario prevedere una sorta di bonus economico (anche in beni e servizi) al raggiungimento di obbiettivi specifici concordati nelle sedi competenti e, contemporaneamente, razionalizzare e rivedere l’organico della sede centrale federale, rafforzando le strutture periferiche. Fondamentale rivedere anche la struttura della FCI con la creazione di figure di responsabilità intermedie (sburocratizzazione e delega).
Gli organi decisionali: L’Assemblea nazionale e il Consiglio federale
Ripristino Assemblea del biennio, indispensabile per il dialogo e per le riforme statutarie – Le basi per un vero rinnovamento dal basso: ritorno ai due mandati per il presidente federale – Nuove incompatibilità da inserire nello statuto per il Presidente federale e riduzione delle stesse per i dirigenti volontari e di società – Nessun conflitto di interessi anche potenziale (carta etica CONI) – Trasparenza: consigli federali “aperti” e visibili a tutti in rete – La presenza dei CR nel Consiglio federale: i membri permanenti, una riforma necessaria.
Gli ultimi mutamenti apportati alle carte federali, seppure con il paravento dei principi informatori del CONI, hanno di fatto superato e disatteso anche questi ultimi. L’assemblea è stata scavalcata e “sostituita” in alcuni punti statutari che appaiono ben poco in linea con le esigenze di una federazione trasparente e agile. È quindi necessario ripristinare l’assemblea del biennio e non solo per consentire un dialogo indispensabile fra le società: queste vanno veramente informate e devono decidere in prima persona su come la federazione deve essere condotta e gestita. Il Consiglio di presidenza non può essere “facoltativo” (non l’ha deciso alcuna assemblea, non si può decidere a colpi di delibere d’urgenza), il diritto di voto non può essere limitato con misure personalistiche (iscrizione registro CONI, gare promozionali senza giuria equiparate a internazionali, quorum assurdi per penalizzare le regioni più ciclisticamente evolute, atleti che incominciano l’attività a sessant'anni).
È poi il momento di avviare un vero rinnovamento e quest’ultimo può essere raggiunto solo con misure che facilitino l’ingresso di nuovi dirigenti ai livelli più elevati: il primo passo sarà, quindi, l’ingresso in Consiglio di nuovi dirigenti capaci e desiderosi di fare una nuova esperienza con passione e partecipazione. Poi, da una parte la riduzione dei mandati (per la presidenza federale due, senza possibilità alcuna di rielezione); incompatibilità fra le cariche nazionali e internazionali, tecniche e politiche; incompatibilità fra il ruolo di dipendente federale e gli incarichi in seno agli organi politici e tecnici internazionali; rispetto integrale della carta etica del CONI (che condanna con decisione “i conflitti di interesse anche potenziali”) e quindi inibizione, per il presidente, i dipendenti e il segretario generale della federazione, di far parte di consigli di amministrazione di società di capitali o altri soggetti controllati dalla FCI e inserimento negli stessi direttivi di tesserati, tra personalità di chiara fama, indicati del CF e a quest’ultimo estranei. Dall'altra una progressiva revisione delle incompatibilità per i dirigenti di base e di società per non frenare la forza di coinvolgimento della periferia e non penalizzare il potenziale “trasversale” di alcune figure tecniche legate all'attività.
Altri temi importante sono la trasparenza e il rapporto fra centro e periferia: possibilità, quindi, di seguire in diretta web tutti i CF e la pubblicazione degli stessi sulla rete. È da prevedere, inoltre, una modalità diversa nella presenza dei presidenti regionali in CF: istituire, in aggiunta ai presidenti attuali, la presenza di tre membri “permanenti” per la durata di tutto il quadriennio, delle regioni con l’attività sportiva più intensa e con il numero più alto di società affiliate.
Comunicazione
Nascita di un canale televisivo “azzurro” per valorizzare l’attività delle squadre nazionali – Il giornale federale: deve rinascere per recuperare il dialogo e il dibattito – Una nuova collana editoriale di studi tecnici per le società e la formazione – Un nuovo e più agile sito internet federale – Attivare un feed-back fra tesserati e federazione con i nuovi strumenti della comunicazione.
Una federazione come quella ciclistica non può non sfruttare appieno l’attività delle squadre nazionali, con una partecipazione internazionale che copre l’intero anno e coinvolge numerose discipline agonistiche: è necessario, quindi, porre le basi per la nascita di un canale televisivo “azzurro” dedicato, una risorsa che consenta di documentare e raccontare l’attività della Nazionale in tutte le specialità. Si tratta di un investimento necessario per elevare il valore pubblicitario della maglia azzurra e consentire ad ogni appassionato, in un momento di grande polverizzazione del mercato mediale, di seguire da vicino le grandi manifestazioni internazionali. Nulla a che vedere, precisiamo, con il canale web attuale, pressoché invisibile (meno di trecento iscritti ad oggi), privo di sistematicità e senza alcuna reale penetrazione (e visibilità) sul mercato di interesse.
Altro passaggio importante il giornale federale: la sua soppressione, per motivi di bilancio che non convincono, è stata un errore. È necessario ripristinarlo con una nuova veste editoriale e con una rinnovata volontà di dibattito e di informazione, legandolo alla diffusione dei nuovi strumenti della comunicazione. Il pubblico delle società, considerata la sua composizione, non può fare a meno di questo strumento. Al giornale va affiancata un’attività autonoma di pubblicazione di contributi tecnici redatti anche con la partecipazione dagli stessi operatori federali, ovviamente gratuiti per le società, con il fine di creare una vera e propria collana federale di studio e di approfondimento tematico, anche per rendere visibile l’attività dei tecnici e dei docenti inseriti a vario titolo nelle strutture FCI e utilizzare a dovere la loro professionalità nei corsi di formazione e di supporto.
Il sito Internet della federazione necessita, a sua volta, di un intervento di razionalizzazione/diversificazione dei contenuti, opportuna in ogni struttura complessa, e di una revisione di ordine grafico e contenutistico, con l’obbiettivo di rendere meno “ministeriale”, più coordinata e appetibile l’immagine federale. Inoltre dovrà essere favorita l’interattività e la facilità di contatto/risposta con la federazione e con il potenziale pubblico dei praticanti. In questo senso ogni modalità è da considerare valida, dalla chat on line al numero verde. Anche tesserarsi alla FCI dovrà diventare una cosa semplice e facile, così dovrà apparire ed essere percepita anche dal visitatore casuale.
L’attività promozionale, giovanile e su strada
Attività giovanile: autonomia regolamentare per i Comitati regionali – No alle misure che limitano l’attività e “obbligano” alla polivalenza: abolizione dell’attività alternativa e del “Progetto vivai” – Categoria Juniores: un progetto di attività diversificata su scala regionale – Tutela della salute: rivedere le norme per rendere meno oneroso il tesseramento di giovani atleti (da Esordienti a Juniores: la visita di idoneità) – Sì al valore simbolico dei campionati provinciali-regionali e allargamento della partecipazione ai tesserati stranieri stabilmente residenti – Un nuovo orizzonte: il reclutamento per gradi, il ciclismo sport che si insegna – La scuola di ciclismo anche per l’attività al sud – Ripristino delle radioline per la categoria U23 e revisione della regolamentazione riguardante le affiliazioni plurime – Rivedere i limiti di età per l’accesso ai corsi di motostaffette e direttori di corsa – L’attività femminile
Le ultime misure concernenti l’attività giovanile sono sconcertanti. Così come sono sconcertanti alcuni recenti passi indietro della sola presidenza, sbandierati solo per puri fini elettorali. Ci riferiamo all'eliminazione delle premiazioni individuali e alla presunte regole tese alla riduzione della tensione agonistica nelle categorie minori. Inutile sottolineare che queste decisioni sono state calate dall'alto (“tramite questionario, recita la relazione FCI!”) e con il solo fine di ottenere una qualche risonanza sugli organi di stampa, nel tentativo di controbilanciare l’effetto nefasto del problema doping. Proprio ciò rende tutto più chiaro: l’intervento “paternalistico” e forzato sull'attività giovanile non ha mai avuto un fine solo legato all'attività (è un’affermazione recente della presidenza, che ha chiamato in causa il caso Armstrong, per altro di molto successivo alle scelte del CF e quindi un po’ tirato per i capelli) ma voleva, in realtà, essere un segnale che provasse la bontà delle intenzioni di chi fa ciclismo a livello formativo. In poche parole il ragionamento è questo: se il ciclismo è sport tormentato dal doping, il ciclismo è anche lo sport che moralizza e rende più umana l’attività dei più piccoli, che fa del disinteresse (no ai campionati) e del “gioco di squadra” (nessun riconoscimento individuale) le sue parole d’ordine. La tesi ha solo prodotto disaffezione e una paradossale ammissione, da parte federale, ripresa da qualche giornale, che oltre al doping nel ciclismo sopravvive anche una volontà di perseguitare e di “obbligare” i più piccoli a correre con l’esclusivo fine del denaro e della fama. Insomma: da piccoli pressione e iperattività, da grandi, per resistere alla pressione e continuare su questa strada, il doping. Una tragedia. Dimostrare che si tratta di un’idea assurda è troppo facile, per confutarla con i fatti basta conoscere, anche superficialmente tutta l’attività giovanile. Come se l’arrivismo o la stupidità nel mondo contemporaneo, competitivo e spietato, sia stato inventata dalle società ciclistiche! Vediamo in tutto questo un insano opportunismo “burocratico” e una spiccata propensione all'autolesionismo (manifestata anche dal calo vistoso di partecipanti al Meeting giovanile, quasi dimezzato). Riteniamo che se una parte sana della federazione può dirsi sana, questa è quella legata all'attività giovanile di base. Pur con alcune (sempre) inevitabili eccezioni, le nostre società sanno da sole cosa fare e infatti lo fanno da decenni. E molto bene. Limitare la loro azione con misure inutili o peggio deleterie ha il solo scopo di demotivarle e di allontanare chi ha voglia di fare e di operare. Se esasperazione esiste, a nostro modo di vedere, questa è residuale e non certo sistematica. Diciamo, per questo motivo, un deciso sì al valore simbolico dei campionati. L’eccesso, per quanto non sistematico, va combattuto a livello culturale, sensibilizzando chi opera sul territorio, e incoraggiando quella polivalenza che ha in sé il valore aggiunto del confronto tra le esperienze. Non è certo invenzione di oggi. E per polivalenza, da incentivare con misure concrete che premino le società che la intraprendono, va intesa un’attività societaria e territoriale più armonica e ampia, ma il ruolo della federazione deve essere propositivo, non impositivo. Va allargata la proposta ciclistica includendo le nuove specialità del fuoristrada, meno agonistiche, come modalità visibile di primo approccio (e alternativo) al ciclismo. La loro sicurezza di pratica le rende appetibili e facilita il contatto con le famiglie e con i giovanissimi praticanti. Il progetto messo a punto nel 2005 dal settore fuoristrada, del quale chi si candida era referente, progetto mai preso in considerazione né finanziato dal CF, andava in questa direzione: ben prima delle ultime misure federali sulla polivalenza. La modalità stage, momento di verifica tecnico sportiva e di crescita, è alla base di questa proposta progettuale. E senza scomodare alcun modello anglosassone (il modello non è anglosassone, è semmai un modello transalpino). Proprio questo passaggio, da attuare sistematicamente a livello provinciale e regionale, appare indispensabile per una corretta identificazione del profilo del futuro atleta (e per avviarlo, con maggiore successo, alle specialità di resistenza o di abilità, indipendentemente se su strada, su pista o nel fuoristrada). È un supporto indispensabile per l’attività delle società. La provenienza di molti atleti professionisti dal settore fuoristrada (mtb e bmx) ne è la riprova. Episodica in Italia, sistematica altrove. In questo senso, nonostante le tante occasioni, la nostra federazione ha perso anni preziosi: il capitale delle scuole di fuoristrada, per esempio, abbandonate a se stesse e mai concretamente promosse è solo uno degli esempi. Ciò ha penalizzato, in particolare, le regioni del sud, un grande, potenziale serbatoio di futuri atleti che appare solo “sfruttato” e mai promosso sul campo come utile e necessario. Questa modalità è il primo passo per superare qual divario di attività fra le regioni settentrionali e quelle meridionali.
Attività: i costi che una società deve oggi sostenere sono decisamente elevati. Una proposta sensata è quella di consentire ai giovani atleti di tesserarsi con la solita visita di idoneità e rivedere le norme sulla tutela della salute. In questo senso è da considerare nevralgica l’attività Juniores, categoria di ingresso nel ciclismo internazionale. È utile un ritorno al futuro: va contrastato l’abbandono precoce e pianificata una nuova modalità di tesseramento/attività su scala regionale che consenta lo svolgimento di calendari regionali meno esasperati. Gli eccessi presenti nella categoria (il ragionamento vale, in gran parte, anche per gli U23) sono specchio anche dell’invadenza UCI (il tesseramento, gli appuntamenti internazionali) e di una regolamentazione mondiale troppo orientata alla separazione fra vertice professionale e la sua alternativa amatoriale. Una delle caratteristiche del ciclismo italiano, la pratica agonistica di buon livello ma non per forza amatoriale, è andata, con il tempo, via via esaurendosi. Ciò ha favorito l’abbandono precoce e un esodo verso l’attività di altri enti. La bicicletta è sempre stata stile di vita, era questo: il modello italiano favoriva la pratica di base, permetteva l’organizzazione di manifestazioni poco onerose e capillari, consentiva solo ai migliori (il punteggio dei vecchi terza serie) il passaggio alle categorie superiori. È auspicabile un calendario regionale che finalizzi un tesseramento su base territoriale, che possa consentire solo ai più bravi l’accesso alle manifestazioni di rilievo internazionale. E che, importante, permetta un abbassamento dei costi per le società per ciò che riguarda la tutela della salute. Nel panorama attuale una misura simile interesserebbe solo le regioni coinvolte realmente nell'attività (non molte e tutte al centro-nord) ma favorirebbe anche le regioni meno evolute, in costante deficit di attività.
Non è un controsenso, d’altra parte, ribadire l’importanza dei titoli provinciali e regionali per ogni categoria. Non convince, è analisi troppo superficiale, il teorema campionato uguale doping uguale esasperazione. Uno sport si poggia sui sani valori della competizione, non è un contesto in cui la parola “ludico” deve assumere il valore di appiattimento. Vincere non vuol dire essere un predestinato alla rovina. E non premiare o enfatizzare la prestazione di squadra non significa pianificare un nuova società felice di praticanti e di addetti ai lavori, un paradiso perfetto dell’inclusione e delle pari opportunità senza frizioni e senza stress (in un mondo che comunica quotidianamente l’esatto contrario). Tutto lo sport, esemplare capro espiatorio mediatico delle colpe della modernità (pensiamo alla vicenda di Marco Pantani), non è un estraneo alla società di cui è figlio. È vero semmai il contrario: una pratica ciclistica adagiata sulle formule (oggi) vuote e poco sentite, a nostro avviso, della non competizione per i più piccoli e dell’uguaglianza malintesa, rischia un pericoloso anacronismo: lo sport disinteressato, leale, per tutti, di tutti, buono per i retori, in cui ognuno vince, non si sa bene cosa e come, è una visione troppo distante dalla odierna (e sempre più spietata) Società dello spettacolo. Alimenta anch'essa illusioni sul futuro progressivo di un atleta, proprio come un’aspettativa futura di successo ai massimi livelli. Sulla sua tenuta educativa inviteremmo molti operatori a documentarsi e ad allargare culturalmente i punti di osservazione.
Anche per questo, a livello regolamentare è giunto il momento di dare ai CR l’autonomia regolamentare di cui necessitano. Il ruolo federale dovrà essere quello di fissare alcune linee guida: ai comitati regionali spetterà, con senso di responsabilità, costruire il modello di attività più consono e più adatto alle problematiche del territorio. Anche questa è una chance importante, che potrà riguardare più da vicino tutta l’attività non internazionale.
Riguardo alle misure legate più da vicino all'attività, è da reintrodurre l’uso delle “radioline” (U23), in particolare per la loro importanza in termini di sicurezza, e andranno fissati nuovi limiti di età per la frequenza ai corsi di Motostaffette e Direttore di corsa, considerando la sola maggiore età. Da valutare una sorta di primo tesseramento federale a costi facilitati.
L’attività femminile è una risorsa importante, in ogni specialità, del nostro ciclismo e dovrà essere attuata ogni misura per consentire lo svolgimento di manifestazioni di respiro internazionale (come il Giro d’Italia) e attività che consentano la crescita di questa preziosa componente federale.
Le discipline del fuoristrada
Il podio olimpico non è un caso – Il modello italiano da potenziare – Assecondare lo spirito del settore: professionalità e crescita – Una nuova struttura tecnica di supporto e i Centri di alta specializzazione (Attualizzazione del Progetto 2005) – Il ruolo ancora disatteso dei Maestri e delle Scuole di ciclismo fuoristrada – Autonomia regolamentare a livello regionale.
Nell'ultima olimpiade, per la prima volta, un atleta è salito sul podio della prova maschile. La circostanza è anche la prova della bontà del progetto Coppa Italia avviato agli albori dell’attività giovanile fuoristrada. In questo comparto c’è ben poco da dire, nel complesso: la struttura tecnica e operativa, dal ciclocross al bmx, l’attività, i circuiti, in altre parole “il modello”, è ancora quello potenzialmente vincente avviato ormai oltre un decennio fa. Potenzialmente: infatti la FCI non ha mai realmente investito in queste discipline, che oggi appaiono (finalmente) fondamentali per lo sviluppo di tutto il ciclismo. Meglio tardi che mai. Occorre, però, riprendere le buone abitudini del passato (valide ben oltre questo settore): ricreare le occasioni di incontro fra le varie commissioni regionali, superare una fase stagnante caratterizzata da una scarsa propensione all'entusiasmo e all'inclusione “reale”, assecondare lo spirito più trasversale e le tipicità di questo settore. È necessaria una nuova struttura tecnica sul modello UCI. Necessario è anche l’avviamento di un progetto (già steso dai tecnici di allora ma ignorato dal CF nel 2005) che veda la nascita di centri di alta specializzazione per le discipline di abilità e resistenza e di centri regionali di supporto. Una nuova volontà operativa che sappia rendere più dinamico e vitale il ruolo di un settore ormai adagiato sulla ripetitività dell’ordinaria amministrazione e troppo lontano dalle problematiche territoriali e organizzative. Il fuoristrada deve e può solo crescere, ma con prerogative diverse dagli altri settori. E anche con qualche grande, considerevole vantaggio: per esempio, alcune discipline di abilità ciclistica, moderne e spettacolari, non hanno alcun legame né ipotizzabile né “storico” con la cultura doping. Certe evoluzioni, pensiamo al trial, sono figlie della perizia e del talento prima di ogni trattamento farmacologico. Queste discipline vanno rese più visibili e popolari, sono un volto poco conosciuto dello sport ciclistico ma assai appetibile per un pubblico giovane. Le scuole fuoristrada possono essere, a patto di farlo subito, la chiave di volta di questo discorso: la FCI deve nuovamente farsi parte attiva nell'opera di riconoscimento della figura del Maestro fuoristrada, In questo quadriennio non si è fatto nulla. La categoria dovrà essere strutturata a livello regionale e nazionale (collegio regionale e nazionale, sul modello già consolidato per altre figure di altre federazioni). E sarà quindi necessario inserire queste strutture fra gli organismi riconosciuti, superando quell'impasse di rappresentanza generato da sedicenti organizzazioni di categoria non in grado di operare per il bene comune. Al collegio dovranno essere riservate prerogative e intervento su tematiche collegate all'insegnamento, all'accompagnamento, alla promozione e formazione inerenti al ciclismo fuoristrada. La FCI si attiverà presso le strutture competenti per completare quell'opera di professionalizzazione della figura senza la quale è impossibile operare in regime di credibilità. Attraverso convenzioni e accordi dovranno essere creati i presupposti per nuove occasioni di lavoro e di occupazione (ora del tutto disattesi e ignorati) e riformato in toto, con il concorso di tutti i maestri e del Collegio, il percorso formativo e didattico. Investire sulla figura del Maestro quale operatore affidabile per l’accompagnamento e la pratica giovanile e turistica. Quindi distinguere fra la figura del “Maestro tecnico e preparatore”, con la necessaria specializzazione, ad alti livelli, fra resistenza e abilità, da quella del “Maestro accompagnatore”, precisando ulteriormente i differenti percorsi di formazione. A livello marketing e comunicazione avviare un processo di advertising mirato, che consenta una maggiore visibilità per le categorie promozionali e che permetta il raggiungimento più agevole di contatti e di accordi su tutto il territorio nazionale. Inoltre adeguare l’attività dei Maestri italiani e allinearla a quella già consolidata in altre nazioni straniere.
Attività su pista
Sostenere la nascita di nuovi impianti coperti e non in grado di sollevare le società dall’onere di pesanti trasferte – Alle Olimpiadi senza qualificati: un nuovo progetto per le specialità non competitive, dalla velocità all'inseguimento a squadre – Rilanciare l’attività dei velodromi e dei centri esistenti – Inserimento in calendario di una Sei giorni nel periodo invernale e potenziamento dei Campionati italiani indoor.
La nascita del velodromo coperto di Montichiari non ha certo risolto tutti i problemi della pista italiana che non erano (e non sono) certo da imputare, in toto, all'assenza di una struttura indoor. Uno degli sforzi della futura federazione sarà quello di propiziare la nascita di nuovi impianti, non necessariamente coperti, ovvero piste in linea con le regolamentazioni olimpiche (quindi più corte) e tecnicamente al passo con i tempi. È auspicabile che si tratti di centri multidisciplinari, aperti anche alle altre specialità del ciclismo. Le ultime qualificazioni olimpiche, da parte loro, hanno bocciato su tutta la linea il progetto federale. E non convince l’alibi delle specialità eliminate dal programma. Ad alto livello il ciclismo italiano è assente, in ritardo, con timidi segnali di “successo” grazie alla moltiplicazione dei vari campionati continentali e delle prove di Coppa spesso snobbate dalle nazioni più forti. Occorre pianificare un nuovo intervento: Londra, il capolinea positivo auspicato dalla dirigenza attuale per il rilancio (vedasi programmi passati) è subito diventato, oggi, a otto anni di distanza, il nuovo trampolino per una nuova sfida (il 2020?). Nonostante gli onerosi investimenti nessun risultato concreto ad alto livello. Il nostro quartetto non può non figurare nel programma olimpico, l’Italia non può non esistere nelle specialità veloci. La pista non andrà abbandonata: un nuovo progetto, su più livelli, con un rinnovato impegno economico e un’auspicabile appoggio del CONI, potrà rivedere il nostro modello di attività e riportarlo al passo con i tempi sempre più veloci.
Ciclismo professionistico
Un nuovo assetto per le formazioni italiane: tra dilettantismo e professionismo - Legge 91: esigenza di rivederla alla luce delle nuove realtà continentali e sovranazionali – Opportunità dell’esistenza di una Lega professionistica, suoi vantaggi e svantaggi.
L’attività professionistica necessita di un profondo rinnovamento. La rinascita della Lega, organo di cui non si sentiva la mancanza, porta con sé vantaggi e svantaggi. Si è trattato di una rinascita “in vitro”, senza troppa memoria della situazione attuale, un po’ forzata e ancora sospesa fra l’attività dilettantistica di alto livello (caso soprattutto italiano) e professionismo (o semi-professionismo, che è meglio). Occorre avviare un tavolo di confronto aperto con tutte le componenti del ciclismo di vertice. Di ciò si deve fare carico la federazione in prima persona. Solo dal dialogo e dal confronto potrà scaturire una posizione unitaria e di forza che consenta alcuni inderogabili passaggi: una nuova normativa sull'attività di confine fra dilettantismo e professionismo (formazioni continental); una revisione non più rinviabile della Legge 91, una misura legislativa che appare sempre più in contrasto con le normative presenti in altri Paesi; maggiore ruolo alla componente degli atleti e alle loro rivendicazioni; una proposta di razionalizzazione dell’attività a livello mondiale che non penalizzi l’attività organizzativa delle nazioni con grande tradizione ciclistica; la creazione di un nuovo ciclismo italiano con basi solide nel nostro Paese, rinnovato negli intenti, capace di dare continuità alla pratica dei nostri giovani atleti.
Attività amatoriale
Incentivare i calendari regionali – Riattivare il dialogo con gli altri enti e definire una piattaforma comune in tema di sicurezza e di tutela della salute – Nuovi servizi per l’attività sportiva per i CP – Censimento dei percorsi (greenways) per l’attività cicloturistica e amatoriale su strada e fuoristrada.
L’attività amatoriale è anch'essa giunta a un momento di svolta: il proliferare delle Granfondo ha allargato la base “visibile” dei praticanti ma questa realtà ha scontato e sconta, soprattutto su strada, una diminuita penetrazione dell’attività federale sul territorio. È necessario avviare un dialogo senza pregiudizi con gli Enti di promozione e risolvere una volta per tutte due spinose questioni: la tutela della salute per le categorie amatoriali e la sicurezza in gara. Non può essere solo la FCI a considerare queste due componenti come centrali nella pratica amatoriale. L’obbiettivo, ambizioso ma necessario, è quello di unificare nella sostanza l’attività degli amatori e proporre la nascita di una nuova struttura nazionale in grado di regolamentare e gestire questo settore in costante crescita. Una crescita che deve ritornare a far sentire i suoi effetti a livello provinciale, anche dotando i CP di strumenti organizzativi che permettano un maggiore supporto/contatto con le società e che configurino il ruolo degli organi periferici quali strutture di servizio. A livello territoriale dovrà essere avviata un’opera di censimento dei percorsi su strada e fuoristrada con il fine di realizzare una documentazione mirata (su ogni supporto, dalla guida agli itinerari scaricabili) che aiuti i praticanti a scegliere i percorsi più adatti alle loro capacità e alle loro esigenze. Inoltre occorrerà sensibilizzare tutti gli utenti della bicicletta non tesserati sull'opportunità di scegliere la FCI come ente di riferimento per la loro attività protetta sul piano assicurativo.
Attività paralimpica, un settore strategico e importante
Pari dignità con il resto dell’attività federale è il primo obbiettivo, in ordine di tempo, da raggiungere: il settore sarà inserito a pieno titolo nella Struttura tecnica federale e diretto/coordinato da persone competenti e vicine da sempre a questa attività. I rappresentanti di vertice saranno coinvolti nell'attività promozionale della FCI in qualità di testimonial, sia nelle iniziative svolte a livello territoriale e sia in quelle riguarderanno il mondo giovanile e della scuola.
UCI e CONI
Per un rinnovamento e un dialogo con l’Uci – Il ruolo del CONI e l’appoggio all'attuale dirigenza.
Auspicando un chiarimento definitivo sulle vicende relative al caso Armstrong, le figure proposte per gli incarichi internazionali elettivi e di nomina saranno votate e approvate, come da Statuto, in Consiglio federale. Le candidature scaturiranno, si spera, da un dibattito franco e autentico di tutta la federazione. Le linee guida saranno quelle della preparazione, dell’assenza di interessi diretti e della disponibilità. Dovrà essere attuata una sistematica delega: il presidente della federazione e i consiglieri federali (ad eccezione di atleti e tecnici) non verranno proposti per alcun incarico a livello internazionale. È corretto coinvolgere nuovi dirigenti e non concentrare nelle mani di poche persone i processi decisionali. Questo è un metodo democratico ancora ben lontano dall'essere attuato. Identico discorso dovrà valere per chi svolge un’attività retribuita nella FCI, ad esclusione, è ovvio, della compagine dei tecnici a ogni livello.
Il dialogo con il CONI, ente di riferimento, dovrà essere improntato al rispetto e alla collaborazione. In tempi recenti il Comitato Olimpico ha manifestato grande attenzione per lo sport ciclistico, cui ha riconosciuto un ruolo di vertice, da oltre un decennio, nella battaglia contro il doping. Chi si candida con questo programma riconosce, pur con qualche critica, una sostanziale adesione al modello attuale dello sport italiano, che ha responsabilmente gestito il momento di crisi. Per questo motivo auspica (e appoggerà) una linea di continuità dirigenziale con il passato alla guida del massimo ente sportivo italiano.
Giudici di gara
Salvaguardia dell’autonomia della categoria e incentivazione della preparazione tecnica con la realizzazione di corsi di formazione mirati a migliorare la preparazione dei tesserati e reclutamento di giovani interessati all'ingresso in questo ruolo federale di fondamentale importanza per l’attività. Semplificazione delle pratiche di rimborso delle spese di trasferta. Presenza costante del Presidente della Commissione alle riunioni del Consiglio Federale.